Hardcore Delta_Recensione_Mescalina.it

 

Da Mescalina.it di Cristian Verzeletti

Un rock-blues suonato con batteria, chitarra e chitarra baritona è a dir poco atipico.
Atipico come una ragazza texana che vive in una qualunque provincia del Nord-Italia.
E atipico questo disco lo è già nel titolo, “Hardcore Delta”, che coniuga il verbo del blues in modo rude e irrispettoso, fregandosene delle regole della sua grammatica.
Chi già conosce i precedenti di Elizabeth Lee si troverà tra le mani qualcosa da riscoprire vista la svolta sonora operata con il trio Kozmic Mojo: il punto di partenza è sempre un rock-blues esposto, anzi immerso nelle acque più elettriche del Delta, ma l’obiettivo è sbalzato più in là della classica foce del Mississippi, spinto al largo dalla massa delle sue stesse correnti.
Luca Gallina (chitarre), Luca Manenti (chitarra baritone) e Beppe Facchetti (batteria), suonano infatti come fossero in preda ad una scossa elettrica, sballati e invasati come i personaggi di un “Trainspotting”, trapiantati in un turbinio che sfoga la propria furia sul blues.
Al disco manca solo un grande suono che dia alla musica e agli strumenti la libertà di scorrazzare dove vogliono: registrato a metà strada tra Brescia e il Texas, “Hardcore delta” è autoprodotto e ancora in attesa di una distribuzione ufficiale, ma riesce comunque a centrare il suo obiettivo, che è quello di salire sulla cresta del rock-blues.
Incosciente e sfacciato, già dalla prima traccia il disco suona frontale e grezzo, cavalcando quell’onda su cui bands rinomate come Aerosmith e North Mississippi All Stars faticano ormai a stare in equilibrio: a turno affiorano rigurgiti southern, funk, punk e hard, costituendo però una massa unica che avanza col passo di un disco della Fat Possum.
“Hardcore Delta” è disco che fatica a stare controllato e non tace nemmeno tra una traccia e l’altra, quando il chiacchiericcio da bar si inserisce come una rivendicazione nei confronti delle troppe malgestioni di locali prima di trovare espressione in “One man’s trash”.
Clamorosi sono “Drivin’ licence Bob”, uno strumentale alla Quentin Tarantino fuori giri, “Whiskey”, colma di trash ad alto tasso alcolico, e poi “Hypermega swimmin’ pool” e “22nd century schizoid blues”, gli ultimi due pezzi che sanciscono un suono sempre più scomposto, imbastardito e reso più cool da qualche effetto.
In mezzo ci sta una ballata, “Universe song”, che spezza in due il disco: la melodia ricamata dal dobro e dalla fisarmonica, ma anche una scrittura che si fa crepuscolare, portano una calma temporanea toccante e riflessiva.
In tutta la sua furia imperfetta e rockeggiante, “Hardcore Delta” è un disco costruito e voluto. Che meriterebbe di essere riconosciuto almeno per il suo essere atipico.